Il galateo senza tempo del Principe Carlo


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Adoro Londra: non è solo una città che ognuno può sentire immediatamente sua, un po’ come New York. Londra è un luogo che, pur essendo vivo ed esuberante, trasmette eleganza e intramontabiità. Proprio come Londra è diventata negli anni icona di stile, la monarchia inglese è da sempre sinonimo dello stile british, di quell’eleganza che profuma di tempi più gentili e di tè sorseggiati all’ombra di giardini curatissimi, di capi sobri ma raffinati.

Il sarto del Principe è dal 1982, ossia dall’epoca del suo primo matrimonio con Diana, Anderson & Shepard. Per ogni abito pregiato fatto su misura per ogni cliente, vengono annotati su volumi rilegati in pelle nomi, indirizzi e misure dei singoli clienti, e ognuno deve scrivere personalmente il proprio nome perché ci sia una prova che ha ordinato l’abito e vengano poi evitate discussioni sul conto. Scorrendo quei volumi si incontrano nomi come Picasso, Rodolfo Valentino e Fred Astaire, ma non quello del Principe Carlo, che viene identificato come Charles Smith. In uno scatolone identificato con la scritta “HRH Prince of Wales” sono invece conservati i pezzi di stoffa avanzati di tutti i suoi vestiti, pronti per essere trasformati in toppe.

Infatti, l’eleganza dello stile inglese è solida, concreta, poco modaiola: il Principe Carlo indossa da 40-45 anni le stesse scarpe. Ovviamente sono scarpe preziose, pensate per durare nel tempo. Certo, ogni tanto bisogna risuolarle: invece di essere percepito come un problema nell’era del “fast fashion” in cui viviamo, questo crea occupazione per chi svolge mestieri che riparano le cose e che ad oggi sono in via di estinzione. Il recupero delle tradizioni, si traduce infatti in un aiuto alle economie locali.

Questo è forse l’aspetto che mi piace di più: invece di buttare via una cosa quando è rotta o non funziona, c’è un’intera economia con un enorme potenziale per il settore delle riparazioni, per il recupero da prediligere invece all’usa e getta.

Proprio come direbbe il Principe Carlo nell’intervista che ho letto di recente: “la cosa più importante è conservare una cultura e la cultura ci arriva dalle comunità rurali, cresciute nel corso di migliaia di anni, in cui hanno formato i loro costumi, le loro abitudini, le loro tradizioni. La tragedia della nostra epoca è che, gettando via tutte quelle cose, perdiamo il contatto con la nostra identità più autentica. Il contatto con la natura.”

Un approccio evidente anche a tavola: quando organizza un tè il Principe Carlo fa impacchettare gli avanzi per la cena perché non sopporta gli sprechi di cibo e quando va nella residenza di Balmoral la prima cosa che controlla è il frigo. Se trova cibo in eccesso chiede ai domestici per chi sia stato comprato tutto quel latte e tutte quelle cosce di pollo.

Dovunque sia, mangia solo i prodotti bio delle sue terre, che lo seguono in speciali contenitori. Ecco un’altra caratteristica del galateo senza tempo del Principe Carlo con la quale mi sento in sintonia: l’attenzione al territorio, ai suoi sapori e alle sue tradizioni e l’impegno concreto nel premiarne le buone pratiche.

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